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Corsica in moto: 3 giorni tra Bastia, Bonifacio e Capo Corso

 

🏍️Da Savona a Bastia, fino alle scogliere di Bonifacio e alle strade selvagge di Capo Corso

La Corsica era lì, a poche ore di navigazione dalle nostre coste, eppure continuavamo a rimandarla.

Forse perché certe mete sembrano troppo vicine per diventare un vero viaggio. Poi arriva il momento in cui capisci che la distanza non si misura soltanto in chilometri: basta salire su una nave, lasciare lentamente il porto alle spalle e svegliarsi davanti al profilo scuro di un’isola per sentirsi già molto più lontani.

Abbiamo scelto la Corsica perché cercavamo una strada capace di cambiare continuamente. Mare, montagna, foreste, paesi aggrappati alle rocce e curve che sembrano disegnate apposta per chi viaggia in moto.

Tre giorni sono pochi per conoscere un’isola così. Ma sono sufficienti per attraversarla, respirarla e tornare a casa con la certezza di non aver concluso un viaggio, bensì di averne appena iniziato uno.


GIORNO 1 – SAVONA, IL PORTO E L’ATTESA DELLA PARTENZA

Il nostro viaggio comincia a Savona.

Quando si arriva davanti a un porto con la moto carica e il biglietto del traghetto in tasca, cambia qualcosa. Fino a quel momento hai percorso strade conosciute, hai seguito indicazioni, attraversato città e incroci. Da lì in avanti, invece, comincia l’attesa.

Le navi entrano ed escono lentamente, i camion si mettono in fila, i motociclisti si osservano da lontano cercando di indovinare la destinazione degli altri. C’è chi parte con valigie enormi, chi viaggia leggero e chi, come noi, continua a controllare che tutto sia ben fissato anche se lo ha già fatto almeno tre volte.

Savona diventa così la porta del viaggio.


Non serve allontanarsi molto dal porto per vedere la Torre Leon Pancaldo, la “Torretta” dei savonesi, ma questa volta non siamo qui per visitare la città; anche se un breve giro in moto però lo abbiamo fatto nel centro, portici di via Paleocapa e piazza Mameli (con il monumento ai caduti) inclusi. La nostra attenzione è già rivolta verso il mare e verso quella nave che, per due notti, diventerà anche il nostro albergo galleggiante.



Salire a bordo con la moto ha sempre un sapore particolare. Si percorrono lentamente le rampe metalliche, si entra nella pancia della nave e per qualche ora si lascia ogni cosa nelle mani del mare.

Quando Savona comincia ad allontanarsi, restiamo a guardarla dal ponte. Le luci della costa diventano sempre più piccole, mentre davanti a noi non c’è ancora nulla da vedere.

Solo buio, acqua e la consapevolezza che la mattina seguente ci sveglieremo in Corsica.


GIORNO 2 – DA BASTIA A BONIFACIO LUNGO LA COSTA ORIENTALE


La mattina Bastia ci accoglie con l’aria del porto, il rumore dei motori che si accendono e quella luce chiara che anticipa una giornata piena.

Bastia non è soltanto il punto di arrivo dei traghetti. La città è nata intorno alla fortezza, la Bastia, costruita alla fine del Trecento dal governatore genovese Leonello Lomellini sul promontorio che domina l’attuale Porto Vecchio. Ancora oggi la cittadella, le case alte, le persiane colorate e il vecchio porto raccontano il lungo legame tra la città e Genova.

Ma per noi non è ancora il momento di fermarci.

Appena lasciato il porto, imbocchiamo la strada litoranea verso sud. La Corsica orientale si mostra poco alla volta: da una parte il mare, dall’altra montagne che sembrano seguire il nostro percorso senza mai allontanarsi davvero.

La strada attraversa paesi, pinete, tratti più trafficati e lunghe zone in cui il paesaggio torna improvvisamente vuoto. Passiamo nei pressi di Aléria, antico centro romano dell’isola, costeggiamo lagune e stagni e continuiamo verso Solenzara.

Qui la Corsica comincia a farci capire una delle sue caratteristiche: anche quando stai seguendo il mare, la montagna è sempre presente.

Le cime dell’interno appaiono dietro gli alberi, mentre davanti a noi la strada continua a scendere verso Porto-Vecchio e l’estremo sud dell’isola.

I chilometri sono tanti e il tempo non è infinito. Non abbiamo scelto questa giornata per fermarci su ogni spiaggia, ma per assaporare il viaggio nel suo insieme, seguendo tutta la costa fino a uno dei luoghi che più desideravamo vedere.


BONIFACIO, UNA CITTÀ COSTRUITA SUL VUOTO

Bonifacio non si concede subito.



Prima si entra nella zona del porto, protetta da un’insenatura lunga e stretta. Poi si alza lo sguardo e si vedono le mura, le case della città alta e le falesie bianche che sembrano tagliate con una lama.

È uno di quei luoghi che avevamo visto tante volte in fotografia, ma che dal vivo riesce comunque a sorprendere.

La cittadella domina il mare dalla sommità della scogliera calcarea. Le abitazioni sembrano appoggiate sul bordo, quasi incuranti del vuoto che si apre sotto le finestre. Nelle giornate limpide, oltre le Bocche di Bonifacio si distinguono le coste della Sardegna, così vicine da sembrare raggiungibili in pochi minuti.


Il primo punto fortificato fu costruito nel IX secolo da Bonifacio, conte e duca di Lucca, dal quale la città prese il nome. Nei secoli successivi Bonifacio divenne una roccaforte contesa, legata soprattutto alla Repubblica di Genova e protetta da mura che furono ampliate e rinforzate fino all’età moderna.


Passeggiando nella città alta si incontrano vicoli stretti, passaggi coperti, chiese e facciate segnate dal vento salmastro. Ogni tanto, tra due edifici, appare il mare.

Qui si trova anche la celebre Scala del Re d’Aragona: 189 gradini irregolari scavati direttamente nella parete calcarea. La leggenda racconta che furono realizzati in una sola notte dai soldati di Alfonso V d’Aragona durante l’assedio del 1420.

La realtà fu probabilmente meno romantica, ma poco importa. Basta guardare quella scala inclinata sul mare per capire perché la storia sia sopravvissuta per secoli.

Bonifacio meriterebbe almeno una giornata intera, forse anche di più. Noi, però, abbiamo ancora molta strada davanti.


Lasciamo la cittadella con un ultimo sguardo alle case sospese sulla falesia. Il mare ci ha accompagnati fin qui, ma nel viaggio di ritorno decidiamo di cambiare completamente scenario.

È il momento di entrare nella Corsica delle montagne.


DAL MARE ALLA FORESTA DELL’OSPEDALE

Superata nuovamente la zona di Porto-Vecchio, abbandoniamo la strada costiera e cominciamo a salire.

Le curve si stringono, il traffico diminuisce e il profumo del mare viene gradualmente sostituito da quello della resina e del bosco. In pochi chilometri passiamo dal paesaggio mediterraneo a un ambiente che ricorda quasi le nostre montagne.

È questo uno dei motivi per cui abbiamo scelto la Corsica: non concede il tempo di abituarsi a nulla.


La strada entra nella foresta dell’Ospedale, tra pini larici, faggi, rocce di granito e improvvise aperture sul golfo di Porto-Vecchio.

Il nome può trarre in inganno. “Ospedale”, in corso U Spidali, non indica un moderno centro sanitario. Secondo la tradizione deriva da un antico rifugio che, già in epoca medievale, offriva riparo, cibo e assistenza ai viaggiatori e ai pastori che attraversavano queste montagne durante la transumanza.


Poco dopo appare il lago dell’Ospedale.

Silenzioso, circondato dai boschi e dalle rocce, sembra un lago alpino nato insieme alle montagne. In realtà è un bacino artificiale situato a circa 945 metri di altitudine. La diga, realizzata con la tecnica dell’argine in terra, venne costruita nel 1979 per garantire una riserva d’acqua alla zona di Porto-Vecchio e al suo territorio.

È proprio questo contrasto a renderlo particolare: un’opera relativamente recente che oggi appare completamente assorbita dal paesaggio.

Ci fermiamo per qualche istante.

Dopo ore passate lungo il mare, ritrovarci davanti a un lago immerso nella foresta sembra quasi impossibile. L’aria è più fresca e la luce filtra tra gli alberi. Per un momento ci dimentichiamo di essere su un’isola mediterranea.

Ma la giornata è ancora lunga.


ZONZA E LE GUGLIE DI BAVELLA


La strada continua verso Zonza, uno dei paesi più conosciuti dell’Alta Rocca.

Le case di granito si adagiano sui pendii tra castagni, lecci e pini, mentre all’orizzonte compaiono le Aiguilles de Bavella. Le loro punte di granito cambiano colore seguendo la luce e sembrano proteggere il paese dall’alto.

Zonza è uno di quei luoghi in cui mare e montagna sembrano convivere senza contraddirsi. Il suo territorio si estende infatti dalle alture dell’Alta Rocca fino alla costa, attraversando alcuni degli ambienti più diversi della Corsica.

Da qui raggiungiamo il Col de Bavella.

La strada sale tra boschi e rocce, alternando curve strette a improvvisi belvedere. In moto è un percorso che obbliga a restare concentrati, ma allo stesso tempo invita continuamente a rallentare.

Al colle, le guglie si alzano sopra i pini larici come le rovine di un’enorme cattedrale naturale.

Vicino alla strada si trova la statua di Notre-Dame-des-Neiges, la Madonna delle Nevi. Ogni anno, nei primi giorni di agosto, fedeli e abitanti dei paesi vicini raggiungono Bavella per il tradizionale pellegrinaggio. Ai piedi della statua vengono lasciati candele, piccoli messaggi e ricordi dedicati alle persone scomparse.

È difficile descrivere Bavella con una sola immagine.

C’è il granito illuminato dal sole, il vento che attraversa i pini, il profumo della montagna e, poco lontano, il mare che continua a ricordarci di essere in Corsica.

Poi comincia la discesa.

La strada scende verso Solenzara seguendo gole, torrenti e pareti rocciose. In poche decine di chilometri lasciamo nuovamente la montagna e ritroviamo la costa orientale.

Quando rientriamo sulla litoranea, Bastia è ancora lontana.


IL RITORNO A BASTIA E LA NAVE COME CASA

Gli ultimi chilometri della giornata si fanno sentire.

La luce comincia a cambiare, il traffico aumenta e la strada che al mattino sembrava una promessa adesso diventa il filo da seguire per tornare alla nave.

Entriamo a Bastia stanchi, ma con quella stanchezza buona che arriva dopo aver vissuto una giornata piena. In poche ore siamo passati dal porto alle scogliere di Bonifacio, poi dalla foresta dell’Ospedale alle guglie di Bavella, fino a ritrovare il mare.

Prima di andare a cena, parcheggiamo la moto in nave, giusto il tempo di una rinfrescata, e di fare il cambio abiti .


Bastia la sera ha un’atmosfera diversa. Le barche nel Porto Vecchio, le facciate riflesse sull’acqua e la cittadella illuminata fanno quasi dimenticare che siamo arrivati qui soltanto per prendere una nave.

Il Porto Vecchio conserva ancora il molo genovese del XVI secolo e rimane uno dei luoghi in cui si percepisce maggiormente l’anima mediterranea della città.


Dopo cena una passeggiata su e giù per il vicoli e rientriamo a bordo.

La nave non riparte: resta in porto e per noi diventa nuovamente una camera con vista sul viaggio. Ci addormentiamo sapendo che la mattina seguente avremo davanti un’altra Corsica.

Quella del suo “dito”, il selvaggio Capo Corso.


GIORNO 3– IL CAPO CORSO ATTRAVERSO IL COL DE TEGHIME

Al mattino lasciamo ancora una volta il porto di Bastia, ma invece di seguire la costa orientale puntiamo verso l’interno.

La strada comincia subito a salire verso il Col de Teghime, il passaggio che permette di raggiungere il versante occidentale del Capo Corso, peccato per il panorama perché troviamo la nebbia.

Alle nostre spalle rimane Bastia; davanti si apre il golfo di Saint-Florent.

Da quassù si capisce perfettamente quanto sia stretta questa parte dell’isola. Da una parte il Tirreno, dall’altra il Mediterraneo occidentale, separati da montagne che scendono rapidamente verso il mare.

Il Col de Teghime non è soltanto un punto panoramico.

Nei primi giorni di ottobre del 1943 fu teatro di una battaglia decisiva per la liberazione di Bastia e della Corsica. I combattimenti videro protagonisti i goumiers marocchini, i tirailleurs, i reparti francesi e i patrioti corsi contro le forze tedesche in ritirata. Dopo la conquista del colle, Bastia venne liberata il 4 ottobre.

Oggi la strada è tranquilla, ma sapere cosa accadde su queste montagne cambia il modo di guardarle.

Superato il colle, scendiamo verso Patrimonio e poi imbocchiamo la D80, la strada panoramica che segue la costa occidentale di Capo Corso.

Qui comincia uno dei tratti più belli dell’intero viaggio.


LA D80, SOSPESA TRA CIELO E MARE

La strada si stringe tra la montagna e il vuoto.

Da una parte costoni rocciosi, macchia mediterranea e piccoli paesi; dall’altra il mare, molto più in basso, che appare e scompare dopo ogni curva.

Non è una strada da affrontare con fretta. Occorre lasciarla scorrere, adattarsi al suo ritmo e fermarsi quando il panorama lo chiede.

Il Capo Corso viene spesso chiamato “l’isola nell’isola”, e percorrendolo se ne comprende il motivo. Qui la Corsica sembra ancora più aspra e isolata. I paesi sono piccoli, le distanze ingannano e il mare non è soltanto uno sfondo: è una presenza continua.

Poi, dietro una curva, appare Nonza.


NONZA E LA SPIAGGIA NERA: BELLEZZA NATA DA UNA FERITA

Nonza è costruita sopra una falesia, con le case raccolte intorno alla chiesa e alla strada principale.

Sotto il paese si estende la sua enorme spiaggia nera, una lingua scura che contrasta con il blu del mare. Vista dall’alto è uno degli scenari più riconoscibili del Capo Corso.

Ma la sua origine non è naturale.

La spiaggia si è formata in gran parte con i residui della vecchia miniera di amianto di Canari. Durante gli anni di attività industriale, milioni di metri cubi di materiale roccioso vennero scaricati direttamente in mare. Le correnti trasportarono e accumularono i detriti lungo la costa, modificando profondamente il paesaggio di Nonza, Albo e Negru. Analisi geologiche hanno confermato nei sedimenti la presenza di rocce e fibre legate all’amianto crisotilo.

È un luogo affascinante, ma anche una testimonianza di quanto l’attività dell’uomo possa trasformare per sempre un territorio.



Negli ultimi anni la spiaggia è tornata al centro dell’attenzione per alcune ipotesi di estrazione del nickel presente nei suoi sedimenti. Il progetto ha provocato una forte opposizione da parte di abitanti, associazioni e istituzioni corse, preoccupati per i rischi ambientali e sanitari e per una possibile nuova industrializzazione della costa.

Nonza è così: bellissima e contraddittoria.

Una cartolina nata da una ferita industriale.


LA TORRE DI NONZA E IL SOLDATO CHE SEMBRAVA UN ESERCITO


Sopra il paese si trova la torre quadrata, costruita nel Settecento per volontà di Pasquale Paoli sulle rovine di un’antica fortificazione.

Per raggiungerla bisogna salire, ma una volta arrivati il panorama ripaga della fatica: sotto si vede l’intera spiaggia nera, mentre lo sguardo corre lungo la costa occidentale.

La torre è legata alla storia del capitano Giacomo Casella.

Nel 1768, durante l’avanzata delle truppe francesi, Casella rimase praticamente solo a difendere la posizione. Era anziano, sordo e aveva perso una gamba, ma non aveva alcuna intenzione di arrendersi.

Per far credere agli assedianti che nella torre fosse presente un’intera guarnigione, preparò diversi fucili nelle feritoie e li collegò con un sistema di corde. Spostandosi all’interno riusciva così a sparare da punti differenti, dando l’impressione che a difendere la fortezza fossero molti uomini.

Lo stratagemma funzionò.

I francesi, convinti di trovarsi davanti una resistenza ben organizzata, inviarono un ufficiale per negoziare. Quando videro uscire dalla torre un solo uomo appoggiato alle stampelle, rimasero increduli.

Secondo la leggenda, alla domanda su dove fosse il resto della guarnigione, Casella rispose semplicemente:

«Eccola. Sono io.»

Ottenne la resa con l’onore delle armi e fu lasciato tornare tra le file dei patrioti corsi.

Guardando la torre, isolata sopra il mare, è facile immaginare quel vecchio soldato muoversi tra le feritoie e trasformarsi, da solo, in un piccolo esercito.

Sono storie come questa a dare valore a una sosta. Non soltanto il panorama, ma ciò che è accaduto in quel luogo.


VERSO PINO, ACCOMPAGNATI DALLE ROCCE

Lasciamo Nonza e continuiamo verso nord.



La D80 segue la costa tra strapiombi, pareti rocciose e paesi che sembrano aver trovato spazio dove spazio non ce n’era. Ogni tanto la strada entra nell’interno, attraversa la vegetazione e poi ritorna improvvisamente sul mare.

Arriviamo a Pino, un paese formato da piccoli nuclei sparsi sul pendio.

Pino è un balcone naturale sulla costa occidentale. Le case emergono tra palme, macchia mediterranea e antichi terrazzamenti, mentre in basso si trova la piccola marina di Scalo.

Anche questo paese nasconde una curiosità inattesa.

Gustave Eiffel venne qui in occasione del matrimonio della figlia Valentine con un membro della famiglia Piccioni. A Pino si trova ancora il mausoleo nel quale riposa Valentine, una costruzione particolare, descritta come una sorta di piccolo Trianon dai colori rosa e argento.

È strano pensare al nome dell’uomo legato alla torre più famosa di Parigi mentre ci troviamo in un piccolo paese del Capo Corso.

Ma è proprio questo il bello del viaggio: scoprire collegamenti che non avresti mai immaginato.


IL TAGLIO DEL “DITO” VERSO SANTA SEVERA

Da Pino decidiamo di non continuare fino all’estremità settentrionale del Capo Corso, anche perché la nave non aspetterebbe il nostro rientro in ritardo.

Svoltiamo verso l’interno e attraversiamo il “dito” dell’isola seguendo la strada per Luri e Santa Severa.

La D180 sale verso il Col de Sainte-Lucie e si infila tra boschi, vallate e piccoli insediamenti. In pochi chilometri lasciamo la costa occidentale e raggiungiamo quella orientale.

È un passaggio breve sulla carta, ma sufficiente per mostrare ancora una volta quanto il Capo Corso sia montuoso.

Santa Severa, la marina di Luri, ci riporta sul mare. Il piccolo porto segna la fine del nostro attraversamento e l’inizio dell’ultimo tratto verso Bastia. L’itinerario tra Pino e Santa Severa è ancora oggi uno dei collegamenti più utilizzati da chi desidera accorciare il giro completo della penisola.

Da qui la strada scende lungo la costa orientale.

Il mare è più vicino, i paesi diventano più frequenti e Bastia comincia lentamente a riapparire sulle indicazioni.


BASTIA, LA NAVE E IL RIENTRO VERSO SAVONA

Quando rientriamo a Bastia abbiamo la sensazione di essere partiti da molto più di tre giorni.

Ora la nave ci aspetta nuovamente in porto.

Questa volta, però, salire a bordo ha un sapore diverso.


All’andata c’erano curiosità e attesa. Al ritorno ci sono immagini, strade e piccoli episodi che continuano a tornare alla mente: le case di Bonifacio sul bordo della falesia, il silenzio del lago dell’Ospedale, il granito di Bavella, la spiaggia nera di Nonza e la storia del vecchio capitano Casella.

Bastia si allontana lentamente.


Restiamo ancora un po’ sul ponte, mentre la costa della Corsica diventa una linea scura e poi scompare.

Tre giorni non sono bastati per conoscere l’isola. Non abbiamo visto la costa occidentale, l’interno più selvaggio, Corte, le Calanche di Piana e tanti altri luoghi che meriterebbero un viaggio dedicato.

Ma forse non era questo l’obiettivo.

Non volevamo completare la Corsica come si completa un elenco. Volevamo capire che cosa si prova a percorrerla, a passare dal mare alla montagna nel giro di pochi chilometri e a seguire strade che non sembrano avere fretta di arrivare da nessuna parte.

La Corsica ci ha dato la risposta.

È un’isola aspra, orgogliosa e sorprendente. Un luogo in cui ogni curva può cambiare il paesaggio e ogni deviazione può diventare la parte migliore del viaggio.

Savona ci riaccoglie al termine della navigazione.

Scendiamo dalla nave, riaccendiamo la moto e torniamo verso casa.

Ma una parte di noi è rimasta su quella D80 sospesa tra cielo e mare, davanti alle guglie di Bavella o sulla scogliera bianca di Bonifacio.

Ed è proprio per questo che, prima o poi, torneremo perché ci aspetta la parte occidentale.




Informazioni rapide

📍 Regione: Corsica, Francia
📍 Zone attraversate: Alta Corsica e Corsica del Sud
🏍️ Mezzo consigliato: moto, ideale per affrontare curve, passi di montagna e strade panoramiche
⛴️ Traghetto: Savona–Bastia
🕒 Tempo consigliato: almeno 3 giorni e 2 notti
🛣️ Chilometri indicativi: circa 500 km percorsi sull’isola
⚠️ Difficoltà: media, per le lunghe distanze, le numerose curve e alcuni tratti stretti o esposti
🍽️ Da assaggiare: salumi corsi, formaggi di pecora e capra, birra Pietra, stinco, fiadone e piatti a base di castagne
🏛️ Tappe principali: Bastia, Bonifacio, Porto-Vecchio, Lago dell’Ospedale, Zonza, Colle di Bavella, Col de Teghime, Nonza
🌊 Strade da non perdere: litoranea orientale, D368 nella foresta dell’Ospedale, D268 verso Bavella e D80 lungo il Capo Corso
💡 Ideale per: motociclisti, amanti delle strade panoramiche, viaggiatori curiosi e chi vuole scoprire mare e montagna nello stesso itinerario
📅 Periodo migliore: tarda primavera, inizio estate e settembre, evitando quando possibile i mesi più affollati
Consiglio pratico: partire sempre con il pieno e non sottovalutare le distanze; sulle strade interne i distributori sono meno frequenti e i tempi di percorrenza possono allungarsi molto


🚐 Fattibile in camper: sì, l’itinerario è percorribile anche in camper, ma richiede prudenza e una certa esperienza alla guida. La litoranea orientale è generalmente più agevole, mentre il Colle di Bavella e alcuni tratti della D80 nel Capo Corso presentano carreggiate strette, numerose curve, passaggi esposti e incroci che possono diventare impegnativi. I mezzi più compatti sono naturalmente avvantaggiati; con camper più ingombranti è preferibile viaggiare fuori dagli orari e dai periodi di maggiore traffico, procedere senza fretta e verificare prima della partenza eventuali limitazioni o variazioni della viabilità.

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